Il posto fisso non è tutto

Questa settimana continua la serie di  articoli scritti da Alessandro D´agnano per il nostro blog.

il posto fisso non è tutto lavoro libero professionista

Non vincolarsi troppo al datore di lavoro

Il mondo del lavoro viene sempre più diviso tra chi è in cerca di un impiego, magari il primo della sua carriera o magari un impiego con un contratto più stabile, e chi ha un impiego stabile ma vuole migliorare la sua professionalità. Molto spesso si pensa poco a questa seconda parte della vita lavorativa di ognuno di noi, mentre è importante almeno come quella dell’ingresso nel mondo del lavoro. Le crepe del nostro sistema lavorativo, stanno sempre più impoverendo la nostra nazione di talenti, eccellenze e competenze manageriali di primissimo livello. Dopo qualche anno di stabilità e impiego fisso, bisogna cominciare a domandarsi quali sbocchi può procurarci la nostra carriera, qualche grado di preparazione e professionalità possiamo aspettarci, ma soprattutto che opportunità di cambiare lavoro abbiamo.

Ora più che mai il classico “posto fisso” non esiste più (vedasi i casi Alitalia e Fiat) e bisogna essere pronti a rimettersi in gioco magari coprendo posizione diverse. E’ quindi fondamentale capire realmente quanto si vale, mettersi in gioco e tenersi costantemente aggiornati anche quando la routine lavorativa non lo richiede o il datore di lavoro non lo ritiene indispensabile. Inviare curricula, affrontare i colloqui e sondare la propria “appetibilità” sul mercato del lavoro, è un modo per tenersi allenati e pronti a qualsiasi evenienza. Il consiglio è quello di farlo, anche se non abbiamo una reale necessità di cambiare lavoro. La cosa più importante è coltivare l’ambizione di un’occupazione più appagante, non solo dal punto di vista economico, ma di visibilità, clientela e importanza delle attività.

Una risorsa senior ha queste necessità ed è per questo che sarebbe disposta ad abbandonare l’Italia in cerca di opportunità di carriera migliori. Lo spunto per questa riflessione viene dato da questa ricerca pubblicata sul portale di Repubblica dedicato al mondo del lavoro, ossia Miojob.

In Italia più che in altri paesi europei si vive il disagio della mancanza di meritocrazia che dovrebbe premiare i migliori talenti e le risorse più intraprendenti. Ma questo è solo una delle cause che porterebbe 9 italiani su 10 ad andare oltre confine in cerca di un impiego con più ampie prospettive. La tabella che si può visualizzare dalla ricerca, mostra come l’89 per cento degli italiani sarebbe disposto a cambiare città/stato/continente pur di avere un lavoro più stimolante ed interessante. Questa particolare esigenza nel nostro paese è sentita molto, tanto da portarci ai primissimi posti nella classifica mondiale, subito dopo la Thailandia! Al problema meritocratico, si aggiunge la mancanza di competenze specifiche. In molti ambiti, il moltiplicarsi delle mansioni fà perdere il senso a quello che è la nostra specializzazione. Più che mai nel settore IT questo è vero ed essere multitasking sta’ diventando un’abitudine. I portali di lavoro sono pieni di annunci che richiedono skill trasversali assolutamente incongruenti, con l’unico obiettivo di limitare le risorse e ridurre i costi. Basta dare un’occhiata agli annunci di lavoro statunitensi o inglesi per rendersi conto di come vengano ricercate figure ben precise con skill magari limitati come numero, ma molto mirati e con seniority alta. Un professionista, un quadro o un manager ambisce proprio a quello: essere specializzato e competente in modo robusto in un determinato settore; in Italia avviene il contrario, prende sempre più piede la logica del “tutto fare”. Non credo rappresenti un problema la qualità dei progetti in cui noi italiani siamo protagonisti. Le aziende italiane di qualunque dimensione e in qualunque settore, si distinguono per eccellenza e qualità dei prodotti/servizi che siano essi opere urbanistiche (ponti, grattacieli), prodotti enogastronomici, creazioni web o tecnologia in generale.

C’è anche da dire che la disponibilità a spostarsi è data dal fatto che un’alta percentuale delle figure senior vive già in una città che non è quella di origine. Sappiamo benissimo che in Italia, per ricoprire determinati ruoli è necessario vivere nelle maggiori città (Roma e Milano) obbligando le persone a vivere fuori dalla propria regione o città di origine. L’abitudine al distacco è radicata ovviamente più al Sud, ma è orizzontale in tutto lo stivale. Questa situazione rende più accettabile e possibile abbandonare la nazione in cerca di un ulteriore miglioramento.

Per ovviare a tutto questo alcune professioni hanno un’alternativa, ossia il lavoro a distanza. Ne abbiamo già parlato su twago in un articolo che menzionava la qualità delle relazioni online. Questa soluzione può soddisfare molte necessità: mantenere il proprio profilo professionale, collaborare con aziende estere che magari prevedemmo più specializzazione e meritocrazie, ma rimanere e scegliere di vivere nella propria città di origine. Ora più che mai questa forma di lavoro ha un soggetto abilitatore molto forte come la tecnologia. L’aumento di velocità delle connessioni mobili, la sempre più massiccia guerra al problema del Digital divide, le nuove piattaforme di cloud computing, gettano le basi per una modalità di lavoro che rappresenta il futuro per ogni paese tecnologicamente avanzato. E l’Italia è uno di questi

L’Autore

libero professionista alessandro dagnano lavoro progettoAlessandro D’agnano è un professionista del mondo online. Da oltre 9 anni si occupa della realizzazione di siti web con particolare attenzione alla cura dei particolari, all’usabilita’ e agli standard. Sviluppa markup/css validi e temi wordpress.
Lavora in Telecom Italia con l’incarico di art director senior e da agosto 2009 e’ resp.le dello sviluppo di siti web “corporate” per il gruppo Telecom italia.

 

 

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Comments (1)

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  1. Federico says:

    Credo che ci sia da superare un problema culturale, nel mondo del lavoro Italiano, che riguarda il telelavoro.
    Come freelance mi capita di lavorare a distanza, ma se la distanza diventa troppa comincia a venire meno la fiducia delle imprese.
    Se sono consapevoli della presenza “in zona” della persona con cui devono lavorare sono rilassati (anche se non si incontrerà mai). Diversamente si preoccupano che il professionista non sia tale o che non mantenga la parola (come se a fare la differenza fosse il luogo e non la persona).
    Da un anno mi sono trasferito in Sardegna e da qui ho potuto osservare come ci sia questa paura, questa ritrosia nell’impegnarsi in lavori da remoto, se il remoto significa appunto lontananza…

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